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  24 ottobre , 2011       piero.devita       Cultura    0 Commenti
ANDREA ZANZOTTO - L'ULTIMO GRANDE POETA DEL NOVECENTO
. cultura

Andrea Zanzotto è nato a Pieve di Soligo (Tv) il 10 ottobre del 1921. Ci ha lasciato il 18 ottobre.I suoi versi sono stati tradotti in tutto il mondo






MORTO ZANZOTTO, IL CANTORE DEL TEMPO



Il grande poeta aveva appena festeggiato 90 anni: al compleanno l'omaggio  di Giorgio Napolitano

E' morto il poeta Andrea Zanzotto. Era stato ricoverato, per problemi ai polmoni, all'ospedale di Conegliano. Pochi giorni fa Padova aveva festeggiato i 90 anni dell'autore, in passato più volte indicato come candidato al Nobel. Originario di Pieve di Soligo, ha saputo trasformare il dialetto in un linguaggio universale, straordinario e ironico cantore del tempo di lunga e generosa militanza poetica. Formatosi a lezione di Concetto Marchesi, Manara Valgimigli e Diego Valeri tra il 1938 e il 1942, fu sostenuto negli esordi come poeta da Giuseppe Ungaretti e da Alfonso Gatto. Fu partigiano nelle file di Giustizia e libertà ed è famoso il sodalizio che ebbe con Federico Fellini. Per celebrare i suoi 90 anni sono usciti diversi libri (compreso un Oscar Mondadori), una raccolta di inediti (Interlinea editore) e un numero speciale della rivista «Autografo» fondata da Maria Corti.

Pochi giorni orsono, nel festeggiare il suo compleanno con la consegna del «Leone del Veneto», la massima onorificenza della Regione Veneto, è stata letta la lettera che gli ha scritto il capo dello Stato Giorgio Napolitano «Le sono vicino, caro Zanzotto - ha scritto ricordando i comuni trascorsi studenteschi a Padova negli anni della guerra e dell’antifascismo - nella visione della poesia come sentimento del tempo, e sono tra i tanti che ammirano la ricchezza di motivi ispiratori e di accenti con cui l’ha come tale rappresentata. Nell’orizzonte più vasto, poi, dei suoi interessi culturali e civili, ritrovo i fili, a me familiari, non solo di un percorso ’tra politica e utopiè come quello da lei rievocato, ma dell’ancoraggio alla Resistenza e alla Costituzione, e dell’idea di ’un’unità del paese, messa in campo fin dal Medioevò sul terreno della storia letteraria».


«E colgo in lei - prosegue il messaggio di Napolitano - la vigile attenzione e il fermo richiamo a valori essenziali dinanzi ai guasti subiti dalla società e dallo Stato, al diffondersi non solo della corruzione ma di una ’volgarità fatua e rissosà, di ’spinte sgangheratè e di ’bassi sentimentì. La ringrazio per questa severità appassionata dei suoi messaggi, per l’amore che rivolge alla natura ferita così come alla gente del suo Veneto - una volta ’povera e servà - sempre faticatrice, ora anch’essa presa in quel ’progresso scorsoiò che turba noi tutti. Continui, caro Zanzotto, a farci sentire questa sua limpida voce».


Il poeta, presente in videoconferenza al Pedrocchi, si è detto molto toccato: «Tutto ciò - ha sottolineato con voce incerta ma sguardo intenso e penetrante - viene ad alleviare il corredo dell’età a volte così inclemente». E prima di dare voce ad alcuni versi scritti in memoria del padre «al quale devo moltissimo», Zanzotto ha tratto un suo personale consuntivo: «Non potevo attendermi una miglior verifica di aver investito in ideali e valori», capaci di restituire coerenza e unità ai «cocci» del vivere quotidiano.


Zanzotto era il poeta delle cose semplici ma complesse, indicato dalla critica come continuatore della linea ungarettiano-ermetica. Un poeta delle parole cesellate e comprese dal loro interno. Mai magniloquenti ma sempre cariche di una forza in grado di cristallizzare l'emozione in un verso.


Il poeta nasce nel 1921 a Pieve di Soligo. La sua famiglia è apertamente anti-fascista. La formazione scolastica avviene a Treviso, successivamente sarà all'Università di Padova che Zanzotto consegue la laurea in Lettere forgiando la propria conoscenza abbeverandosi alle lezioni del latinista Concetto Marchesi e del poeta, Diego Valeri. Fu proprio Valeri a spingerlo a conoscere i poeti simbolisti francesi, da Baudelaire e Rimbaud.


Laureato, Zanzotto inizia ad insegnare nella sua Marca, in quel di Valdobbiadene. Fu arruolato nel 1943 e partecipò attivamente alla Resistenza veneta. Dagli anni '60 inizia il percorso poetico che lo condurrà a collaborare a numerosissime riviste letterarie, tra cui 'Il Caffé' che riuniva gli esponenti di spicco del panorama letterario italiano, tra cui Calvino, Ceronetti e Volponi.


Nel 1969 pubblica
Gli sguardi, i fatti e Senhal dedicato allo sbarco sulla luna. Ma è nel 1976 che Zanzotto fa un incontro cruciale, quello con il regista Federico Fellini con il quale collabora al Casanova. Con il cineasta riminese, Zanzotto collaborò anche alla sceneggiatura de La città delle donne. Per Fellini scrisse ancora i Cori per E la nave va del 1983. In quell'anno, fertile e denso di novità, Zanzotto pubblica un'altra opera fondamentale: I Fosfeni, secondo libro di trilogia grazie al quale conquista il premio 'Librex Montale'.

Iniziano in questo periodo i problemi di depressione che affliggeranno, periodicamente, il poeta gettandolo spesso in un cupo e ripiegato silenzio. Gli ultimi anni vedono Zanzotto al lavoro sulla lingua veneta, nel 2001 esce
Sovrimpressioni, meditazioni attorno alla distruzione del paesaggio. Poi nel 2005 è la volta dei Colloqui con Nino , una sorta di introspezione nel passato e nell'educazione sentimentale. Il 2009 segna l'uscita di In questo progresso scorsoio. Un testamento spirituale in cui il poeta esprime l'angoscia del tempo presente.

La poetica di Andrea Zanzotto è fortemente innovativa e declina un'avanguardia estremamente personale. Una rarefazione del linguaggio frutto di un intervento di pulizia e recupero di fonemi ascrivibili quasi a un linguaggio infantile ma al contempo colto. Amplissime e frequenti le sue incursioni nell'universo semantico del greco classico, che il poeta sa intrecciare con visionaria precisione dell'etimo al suo verso sempre misura, sempre minutamente cesellato.


Zanzotto non è un oratore civile, a differenza da altri protagonisti, nel panorama letterario italiano che gli furono pure amici. Ma non mancò proprio nel giorno del suo ultimo compleanno, sul limitare dell'intera sua esistenza, di intervenire con parole nette e vibranti su di un tema di stringente attualità nel dibattito politico. Ebbe a dichiarare in un'intervista al nostro quotidiano
La Stampa: «Mi ha fatto molto piacere sentire il Capo dello stato riaffermare l'unità d'Italia e liquidare certi giochi di parole che negli anni avevano creato un imbroglio. La Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che ventennale di equivoci e spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà ».

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ZANZOTTO, LA POESIA  CHE VEDEVA IN ANTICIPO


E' morto  a 90 anni, festeggiati appena pochi giorni fa. Si confrontava con la tradizione, ma nella piena apertura al rischio della sperimentazione

 
di MAURIZIO CUCCHI

Ha lasciato che il mondo lo festeggiasse per i suoi novant’anni, e poi, così rapidamente, si è congedato per sempre. Andrea Zanzotto ha scavato in profondità per tutta la vita, è stato una figura di intellettuale apertissima e capace di spaziare liberamente nelle più diverse forme del pensiero e dell’arte. Ma certo, è stato soprattutto un grande poeta, e lo è stato, in effetti, fin da subito, fino dagli esordi dei primi Anni Cinquanta. Possiamo tranquillamente affermare che la sua opera, nel panorama della nostra poesia del secondo Novecento, ha un valore di centralità assoluta.

Fino dai suoi esordi, promossi tra l’altro da figure ormai storiche di primissimo piano, tra le quali Giuseppe Ungaretti, l’intensità verticale della sua lirica - sempre caratterizzata, peraltro, da forti strappi interni, da vistose increspature - era stata ampiamente riconosciuta. Dopo
Dietro il paesaggio (del ’51), con un libro come Vocativo (’57), Zanzotto aveva già scritto uno dei capitoli più sicuri della nostra poesia del secolo scorso, dimostrando, tra l’altro, una virtù che è dei grandi ma solo dei grandi: quella, cioè, di antivedere, di cogliere in sensibile anticipo i mutamenti storici. Poiché Zanzotto, considerato spesso scrittore arduo e poeta del significante, è soprattutto un grande poeta della complessità, un poeta di pensiero e di contenuti forti, un poeta nettamente immerso nella condizione del proprio tempo, nei suoi disagi e nelle sue contraddizioni. Cosa che ha spesso evidenziato nelle dichiarazioni pubbliche, nelle prese di posizione anche negli ultimi anni.

Ed è stato un anticipatore - da straordinario inventore di linguaggio quale era - di alcune delle principali tendenze della nostra poesia recente. Come l’uso del dialetto, tanto che con Filò, nel ’76 (un poemetto scritto su commissione di Federico Fellini per il
Casanova), aveva riscoperto in poesia, tra i primissimi, le virtù di una lingua essenzialmente orale, legata al territorio - nel suo caso il Veneto, essendo nato e vissuto a Pieve di Soligo (Treviso). E questo suo forte legame con il territorio, e con quanto nel corso della storia il territorio ha saputo assorbire e progressivamente, in parte, cedere, è visibilissimo nella sua opera.

Ma Zanzotto è stato anche il primo a promuovere, in senso antiframmentistico, la necessità di un progetto ampio in poesia, e dunque di un’articolazione poematica, realizzata nella sua trilogia, da lui definita con sublime understatement «pseudo-trilogia», composta dal
Galateo in bosco, Fosfeni e Idioma (tra il ’78 e l’86). Nel primo di questi tre libri, forse uno dei punti più alti della sua ricerca (termine da lui prevalentemente usato per indicare il proprio lavoro poetico) si è cimentato magistralmente con la forma chiusa, scrivendo l’Ipersonetto, una serie concatenata di sonetti, che suonava come un definitivo, personale addio a una struttura classica, forse la più nobile e amata, poi ripresa in seguito da numerosi altri poeti delle generazioni più giovani.

«Tradizionista a sera / all’alba novatore», aveva già in precedenza detto ironicamente di se stesso, nelle
IX Ecloghe. E infatti, uno degli elementi chiave della sua grandezza è stato nella capacità di confrontarsi sempre con l’amata tradizione della nostra lirica, ma nella piena apertura al rischio indispensabile del nuovo e dunque alla sperimentazione, come è evidente in uno dei suoi libri più apprezzati, La Beltà, del ’68. Dentro il suo animo era incancellabile il rimpianto per un perduto tempo della poesia elegiaca, per una quieta «normalità» semplice del suo amato paesaggio. Ma nella piena, per quanto dolorosa, consapevolezza che nulla sarebbe potuto ormai tornare com’era stato per secoli. Così come nulla avrebbe potuto riportare il senso della poesia alla sua classica dimensione, a quella degli amatissimi Virgilio e Petrarca.

Per chi lo ha conosciuto e lo ha ascoltato nel corso dei decenni, ha sempre meravigliato la vitalità formidabile e brillante della sua intelligenza, la scioltezza vivacissima di affabulatore creativo e critico nei confronti dei vari orrori della contemporaneità. Ho avuto la fortuna di incontrarlo quarant’anni fa, e l’onore di laurearmi sulla sua poesia. Mi si perdoni questa nota personale, ma anche la sua geniale semplicità umana è stata in grado di alimentare chi ha potuto frequentarlo.


A novant’anni, il pensiero poetico di Zanzotto si era conservato ben attivo. Ho qui tra le mani un suo volumetto di nove poesie,
Il vero tema (Biblioteca Nazionale Marciana/Cento amici del libro), dal quale voglio citare, per concludere, questi versi: «Non c’è bruscolo di tempo / né di spazio / che non meriti per sé infiniti poemi / che già in sé non li sia».

 

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ANDREA ZANZOTTO : "CHE IMBROGLIO LA PADANIA"



Il più padano dei poeti italiani compie novant'anni e non rinuncia all'indignazione: "I leghisti fabbricano spettri"

 

intervista a cura di MARCO ALFIERI

Qui nell’alta marca trevigiana ci sono piccole zone incontaminate che resistono. Posti dimenticati come Refrontolo che hanno una felicità in sé e conservano un loro incanto. Ma ormai non si può più nemmeno pensarlo, il vecchio Veneto. In giro c’è una ferocia tale che si esprime in un impulso alla velocità, alla fretta…» dice il poeta Andrea Zanzotto. Oggi compie 90 anni e per l’occasione verrà presentato un libro celebrativo intitolato Nessun consuntivo con un saggio di Carlo Ossola, contenente una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Da Pieve di Soligo, da quel mondo collinare che ha fatto da fondale ai quadri eterni di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, poi devastato dall’industrializzazione selvaggia e dai capannoni del mitico Nord Est, il più cosmopolita dei nostri poeti continua a guardare alle cose del mondo e a tutti noi. Non senza rovelli e nuovi spettri. Zanzotto, a casa sua, è seduto al centro di un piccolo divano, coperto da un berretto rosso e un plaid marrone. Il suo viso è scavato dall’età e dagli acciacchi, ma gli occhi si muovono vispi. La testa mobile e curiosa, da indignato cronico.

È vero che segue da vicino la crisi finanziaria mondiale?

«Questa modernità cannibale mi ossessiona. La stoltezza che circola si palpa come un vento».

«In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato o se ingoio…», scrisse qualche tempo fa. Aveva forse previsto tutto?

«La mia cultura è soprattutto letteraria. Per questo mi trovo a inseguire delle realtà con il dubbio di non raggiungere nessuna e benché minima formulazione di un quadro attendibile. C’è qualcosa di azzardato e di friabile in questo nostro presente che sento di non poter controllare».

Se per questo anche gli economisti non hanno previsto nulla. Zanzotto lei è in buona compagnia…
«Questo è vero. In alcuni momenti credo di poter formulare qualcosa di abbastanza stabile. Forse è soltanto il potere della poesia a far sì che riesca a mantenere un contatto con il mondo nonostante il senso di disappartenenza in cui mi trovo costretto a vivere, anzi a sopravvivere. Ma poi mi accorgo che anche questa è un’illusione. Tutto è pressappoco e ci si trova con il fumo nelle mani…».


Lei parla di illusioni. Però le sue battaglie contro la cementificazione selvaggia che si sta mangiando mezza pianura del Piave, sono fatti molto concreti. Qui a Pieve di Soligo si ricordano tutti quella, vinta, a difesa del prato di via delle Mura. Doveva nascere un mega palazzetto, lei è riuscito a fermare le ruspe…

«La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare».

Un’altra battaglia che combatte da anni è quella contro l’imbroglio della cultura leghista…

«Mi ha fatto molto piacere sentire il Capo dello stato riaffermare l’unità d’Italia e liquidare certi giochi di parole che negli anni avevano creato un imbroglio. La Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che ventennale di equivoci e spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà».

Eppure nei comuni qui attorno, in questi luoghi del quartiere del Piave sacro alla patria – Moriago e Nervesa della Battaglia, il Montello degli ossari dove correva la linea del fronte della Grande Guerra, l’isola dei morti dove il 26 ottobre 1918 gli arditi sfondarono le linee austriache - la Lega e la sua retorica anti italiana fanno il pieno di voti da anni, com’è possibile?

«Perché esiste una contraddizione molto forte tra la tradizione dell’Italia una e indivisibile e un paese reale diviso dal punto di vista economico. Questo dualismo lasciato marcire per anni ha confuso i piani producendo l’imbroglio di due paesi altri tra loro. Arrivando all’equivoco padanico».

Invece riaffermare nel corso del suo 150esimo anniversario l’unità d’Italia è stato come un urlo liberatorio. Come se Napolitano avesse gridato: “il re è nudo”, sgonfiando d'incanto la retorica secessionista.

«Il viaggio in Italia di Napolitano in occasione del 150˚ anniversario dell’unità ha come riscoperto un patriottismo sopito. In precedenza si era sottostimato quel che era il bisogno di proclamazione unitaria».

In effetti anche l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, al dunque si rimette in testa il cappello da alpino e sventola il tricolore. Il sindaco di Verona Flavio Tosi pure. Continua però l’abuso del dialetto, strumentalizzato a fini politici dai dirigenti leghisti…

«La riaffermazione di Napolitano spero dipani anche questo grande equivoco identitario. Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia lingua italiana , per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono mancanze e ritardi in un processo forse non del tutto riuscito che ha portato all’Italia unita».

In che senso?

«Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi o siciliani...». Una lezione che i novant’anni di Andrea Zanzotto, veneto di Pieve di Soligo, la vandea leghista, ricordano a tutti a futura memoria.


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la REPUBBLICA.it



ADDIO A ANDREA ZANZOTTO
La natura, l'inganno, la peste  le meditazioni di un poeta


Ripubblichiamo l'intervista del dicembre 2009 al poeta scomparso oggi

  

di FRANCO MARCOALDI


Andrea Zanzotto in una foto d'archivio (fotogramma)

 

 

PIEVE DI SOLIGO (Treviso) - Questo breve viaggio volto a suggerire un "lessico necessario" utile ad affrontare i nostri giorni confusi e concitati, si conclude incontrando un poeta: ovvero chi ricerca la massima precisione della lingua, in ogni sfumatura, sonorità, dettaglio. A un poeta dunque, l'ultima parola. E tra i poeti la scelta non poteva cadere che su Andrea Zanzotto: un indiscusso maestro, oltre che un amico. Era più di un anno che non venivo a trovarlo nella sua casa di Pieve di Soligo. E con grande gioia lo ritrovo in buona salute, fisica e mentale. Ha appena compiuto ottantotto anni e il suo volto si è fatto simile allo schizzo di un pittore: il naso rapace è ancora più rapace. Le labbra si sono ulteriormente affilate. Gli occhi sono diventati due fessure da cui traspare una luce maliziosa, che guarda lontano. Sempre più lontano. Sulla testa, infine, l'immancabile "bareta", questa volta di color rosso cardinale. La nostra conversazione parte dal suo recentissimo libro di versi, Conglomerati (Mondadori), che riconferma tutta la sua grandezza. E ci invita a riflettere sulla forza diagnostica di una forma espressiva, la poesia, che proprio nel tenace balbettio pare acquisire un peso nuovo e imprevedibile. Tanto più, di fronte al ciarliero collasso di un discorso pubblico affannato e incapace di afferrare il turbinoso fluire delle cose.

Dunque, Zanzotto, da quale parola cominciamo?
"La prima che vorrei suggerire è proprio "conglomerati". L'ho scelta come titolo del libro dopo vari tentennamenti e la vorrei riproporre qui perché segnala un indispensabile contatto con la "terra", parola ad essa intimamente collegata. Amo molto, ancora oggi, fare dei giri qui intorno a casa mia. In particolare in un'area, a tre o quattro chilometri dal centro del paese, dove c' è un insieme di colline che non sono colline e di torrenti che non sono torrenti: un tenebroso e inquietante labirinto, appunto, di conglomerati pietrosi; le crode del Pedré. Ebbene, se sono tornato a parlare di questo posto, dove si andava in gita scolastica quando ero bambino,è perché in quel luogo fisico c' è una volontà di resistere, anche se contraddetta da pulsazioni opposte e oscure, che è omologa alla terra e all'uomo. Il che mi riconferma nella convinzione che nel mio caso le principali suggestioni derivano dalla geologia, prima che dalla storia; e dalla scienza, prima che dalla letteratura".

Da quanto dice sembrerebbe che una linea poetica cominciata con "Dietro il paesaggio", che è del 1951, non si sia mai interrotta. Malgrado tutto è proprio nella "magna mater", nella grande madre, che possiamo e dobbiamo cercare conforto. Anche quando il suo volto appare, come in queste ultime poesie, sfigurato da "sfondamenti di orizzonti", "funebri viali di future "imprese"", "grulle gru", "cento capannoni puzzolenti".
"E' proprio così. Anche se calpestato, squartato, tumefatto, ustionato, ulcerato, il "paesaggio" esercita ancora un continuo richiamo. Attraverso il fischio di anonimi uccelletti o grazie a venti improvvisi e furiosi. Sempre e comunque, il paesaggio, nella sua duplice veste di incanto e gabbia, induce quel sentimento di immanità che percorre strade tutte sue. A volte ce lo indica ammutolendo, altre invece cantando in modo anche stonato. Non per caso, nelle mie poesie più recenti, la stonatura è sempre in agguato. Voluta e non voluta". Senza nominarla esplicitamente, abbiamo indicato così la terza parola: "paesaggio".

Che introduce, mi par di capire, a una sorta di religione della natura.
"Religione della natura che in me si accompagna, almeno a tratti, a vere e proprie meditazioni teologiche. E a mille impulsi, i più diversi e contrastanti. Perché come qualunque altro individuo, anch' io riconosco che tutto ciò che è umano mi riguarda". La parola "paesaggio" si porta appresso, inevitabilmente, la parola "clima". E su questo fronte, anche i più recenti incontri internazionali dimostrano come le più funeree previsioni non producano mai scelte politiche conseguenti. "Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell'autoinganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale".

E' anche per questo che di recente lei utilizza sempre più spesso la parola "peste"?
"Nella vita quotidiana a un bambino un po' inquieto si dice: "sei una peste". Senza che lui neanche capisca a cosa si sta alludendo. Anche a me questa parola è uscita di bocca così, con leggerezza, quando l'ho utilizzata riferendomi alla Lega. Pensavo alla figura di un bambolo un po' tonto. Invece i leghisti l'hanno presa sul serio, e cioè in modo drammatico. Ma è un bene che le parole vengano spiazzate, che il senso si mobiliti, e di un vocabolo escano fuori significati che abitualmente restano impliciti, sotto traccia. In fin dei conti, è una delle gioie più tipiche della poesia".

E nel caso specifico, qual era l'elemento implicito della parola "peste" che è saltato fuori all'improvviso?
"Penso ad esempio al comportamento assurdo di chi vorrebbe imporre l'insegnamento scolastico del dialetto, che si può apprendere solo in famiglia, nell'infanzia, e poi se ne infischia della totale distruzione dei luoghi in cui quella lingua materna trova l'indispensabile nutrimento. Ma cosa ci si può aspettare da chi vaneggia di dialetto e nulla sa di storia e filologia romanza?".

Mi permetto di suggerire io l'ultima parola: "poesia". Perché proprio quel suo verseggiare tambureggiante e allarmato, quel tentativo di cogliere per frammenti qualche barlume di senso, mi ha indotto a pensare che forse la poesia finisce per assumere una nuova centralità, del tutto inaspettata.
"Sì, finiamo con "poesia". Proprio da lì, dal "fiat" della poesia, si potrebbe e dovrebbe ripartire. Dalla sua costitutiva povertà e semplicità. Ma si tratta di farlo con modestia e assieme con tenacia. Ascoltando innanzitutto la potenza del genius loci. Almeno, questo è quanto io ho sempre fatto. Non per caso non mi sono mai potuto allontanare più di tanto dal mio paesello, perché senza il canto dialettale di osteria si produceva in me un veroe proprio blocco della creatività. E così si torna all'inizio della nostra conversazione: a quei "conglomerati" di cui parlavo in precedenza. La poesia, molto umilmente, deve "raspar su" tutti i materiali che trova a disposizione. I più inusitati, i più eterogenei. A partire da quelli che salgono dall'inconscio, da quella forza interiore inarrestabile e incontrollabile che poi si trascina appresso il carretto dei versi. Ricordo, ad esempio, che quando Dario Fo vinse il Nobel, mi dissi: bene così, in fondo Fo è un signore che ha creato dei valori letterari. Ma subito dopo l'inconscio decise al posto mioe fece affiorare un epigramma che non ho potuto fermare: "Di Fo che me ne fo. Fo fu". E' stato il puro impulso della sillaba a generare quell'epigramma".
 

(18 ottobre 2011)

 

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L'ultimo poeta guerriero tra il linguaggio e l'impegno

Zanzotto, ritratto di un maestro del Novecento, dalla militanza nella Resistenza ai versi di coinvolgimento civile ed alle riflessioni sul Paese


di STEFANIA PARMEGGIANI

 

 

 

Maestro della poesia italiana del secondo Novecento, antifascista, attivo nella Resistenza veneta tra le file di Giustizia e libertà, candidato al Nobel nel 2008, intellettuale che vedeva nella poesia "la prima figura dell'impegno", Andrea Zanzotto non ha mai interrotto la sua riflessione sulla natura, sulle violenze della Storia, sulla società e sulla politica. Scriveva e il suo linguaggio, a volte difficile, affondava nella realtà e nei grandi interrogativi della società occidentale per poi librarsi e trasformarsi in un messaggio di speranza, in una lode alla realtà e alla libertà. A volte, come nel caso della Lega nord definita una "peste", la sua voce si faceva sferzante, arma affilata per una battaglia civile.

La poesia non fu una scelta, ma una vocazione. Cantilene, filastrocche, strofette avevano esercitato su di lui, fin dall'infanzia a Pieve di Soligo, un'attrazione fatale. "Non in quanto cantate - spiegò nel suo Autoritratto - ma in quanto pronunciate o anche semplicemente dette, in relazione a un'armonia legata proprio al funzionamento stesso del linguaggio, al suo canto interno". Ne restava affascinato nonostante il padre Giovanni Zanzotto, disegnatore e pittore, avesse cercato di educare il figlio prima alle immagini e poi alla musica. La sua vocazione, il suo talento era quello per la parola. Lo inseguì nei suoi studi: nonostante la scelta delle magistrali per le difficili condizioni economiche della famiglia, da privatista conseguì anche il diploma al liceo classico Canova di Treviso. Nel '39 si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Università di Padova e scoprì Baudelaire e Rimbaud, rimase affascinato dal tedesco che cominciò a studiare fino a leggere in lingua originale, Hölderlin, Goethe e Heine. Fu un apprendistato anche alla vita perchè in quegli anni scoprì che nonostante il Regime molti studenti agivano in modo autonomo e a volte in aperto contrasto. Fu così che nel '42 tenne una "presentazione" di Montale dove interpretò il suo pessimismo in chiave politica ed etica.

Allo scoppio della guerra fu dichiarato rivedibile per insufficienza toracica e per una forte asma allergica salvandosi dalla chiamata alle armi della classe '21, destinata alle campagne in Russia e in Grecia. In seguito rifiutò di rispondere al reclutamento di volontari organizzati dal Fascio e pubblicò negli anni in cui si esaltava l'azione e la velocità, sul numero dieci di Signum, un foglio solo all'apparenza vicino al regime, la prosa Adagio. Partecipò alla Resistenza nelle file di Giustizia e Libertà occupandosi di stampa e propaganda.

Alla fine della guerra, dopo un periodo in Svizzera e in Francia, tornò in Italia per dedicarsi all'insegnamento. Nel 1951 la svolta che lo consacrerà definitivamente alla poesia, arte che porterà sempre avanti accanto alla critica letteraria e alla collaborazione per dialoghi e sceneggiature con Fellini. L'anno precedente aveva partecipato al premio San Babila per la sezione inedita con un gruppo di componimenti che diventeranno la sua prima raccolta: Dietro il paesaggio, legata a una personale forma di elegia, alla campagna veneta e a tarde suggestioni ermetiste. Nella raccolte successive la poetica di Zanzotto, pur continuando a trovare ispirazione nel paesaggio, ha una svolta: viene introdotto un io autobiografico pieno di ansie e interrogativi ma c'è anche uno spostamento formale con una lingua simile al sogno, che imita i meccanismi dell'incoscio e si avvicina alla neoavanguardia. Il mondo, tutto intorno a lui sta cambiando: l'Italia è ormai immersa in una nuova realtà industriale e consumistica che a Zanzotto, poeta e intellettuale impegnato, sembra invadente e nevrotizzante.

Nel '68 un'ulteriore svolta. Esce infatti La Beltà, presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini e considerata dalla critica uno dei maggiori risultati della poesia italiana della seconda metà del XX secolo: gli oggetti esterni, il paesaggio e la natura sono ancora presenti ma appiattiti perchè la realtà esterna è ora distrutta dalla società dei consumi. Tutto è in crisi e in discussione e in questo vortice l'unico appiglio è il linguaggio che diventa rarefatto, ammasso di fonemi e balbettii. E' il linguaggio dei bambini, fermo a uno stadio di semincoscienza.

D'altronde in tutta la sua ricerca poetica, anche nelle tappe intermedie in lingua veneta, punto costante è il linguaggio che muta e si deforma ma sempre per riflettere sulla realtà e sull'individuo, soggetto di riflessioni filosofiche ed esistenziali. Al centro il silenzio della Natura e le violenze della Storia, l'ordine e il disordine. Accanto alla sua produzione poetica, vastissima e ripercorribile attraverso l'antologia che Mondadori gli dedica negli Oscar, il suo impegno civile. Che partiva dal Veneto, la terra tanto amata e cantata, difesa dalla speculazione e dalla devastazione del paesaggio ma anche dal partito del territorio per eccellenza, la Lega nord. Intervistato da L'Infedele quando aveva 88 anni, definì il Carroccio "una peste" lamentando anche l'utilizzo del dialetto da parte di militanti e dirigenti: "Provo un sen­so di fastidio, perché manipolano il dialetto come vogliono, non in­ventano neanche un buon dialetto". Parole sferzanti, come erano i suoi giudizi. Basta rileggersi In questo progresso scorsoio, conversazione con Marzio Breda pubblicato da Garzanti tre anni fa, in cui il poeta alza la voce per denunciare la fragilità del nostro sistema e delle azioni dei suoi protagonisti. Un ragionamento da poeta-guerriero che toccava tutto ciò che nella sua vita gli era stato caro: il paesaggio, la politica, le utopie, la storia e la fede. Un ritratto dell'Italia, l'ultimo, drammaticamente attuale: "E' un paese dominato da una volgarità fatua e rissosa, inserito senza troppa coerenza e convinzione tra un'Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma".

 
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ADDIO AL POETA

Zanzotto: "Le mie notti con Fellini
quando sognavamo il cinema"

Andrea Zanzotto (agf)

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L'intervista  - tratta dal libro 'Il cinema brucia e illumina' di Luciano De Giusti - e pubblicata da Repubblica, il 13 settembre 2011. Qui il poeta, scomparso oggi pochi giorni dopo aver compiuto 90 anni,  parlava della sua amicizia con Federico Fellini
Il Casanova segna l'inizio di un duraturo rapporto di collaborazione con Fellini. Com'è avvenuto?
"Su ispirazione di Nico Naldini, che in molti casi era suo assistente, Fellini decise di chiedermi una consulenza per la mia conoscenza del dialetto veneto. E io l'avvertii come una grande occasione anche di tentare tutto un campo di espressione, quello del dialetto, che stavo allora sperimentando legandolo all'esperienza del cinema. L'amicizia con Fellini e con il suo mondo, che era un mondo profondamente dialettale, riguardava la nostalgia del parlare primitivo, in particolare quello romagnolo, ma spesso c'erano dei lacerti anche di altri dialetti ".
 
La collaborazione con Fellini è continuata per molti anni. Anche se non risulta dai credits è stato rilevante l'apporto sotterraneo alla Città delle donne.
"Sì, ho scritto anche un saggetto ".
 
Nel quale ipotizza l'identificazione tra donna, caverna e cinema.
"È un tuffo verso profondità nuove. In quel film venne coinvolto anche Claudio Magris, come consulente per certe battute in dialetto triestino. Con lui, in viaggio verso Trieste di ritorno da Torino dove allora insegnava, ci siamo incontrati qualche volta alla stazione di Mestre, insieme a Fellini".
 
A quel punto la collaborazione professionale era sfociata in amicizia.
"Il rapporto era diventato qualcosa di molto più forte. Si affacciano i ricordi di un'amicizia. Per molti anni, ogni volta che mi recavo a Roma, andavo a trovare Fellini con mia moglie Marisa che era amica di Giulietta Masina. E nel periodo del premio Comisso Federico e Giulietta venivano da me e in quel caso si girava per le colline. Ricordo che una volta Federico mi disse: 'Certi punti delle tue colline hanno in sé un'aria di aldilà': Ed è proprio vero. Certi punti defilati, in cui si passa da una valle all'altra, delle vallette, per esempio, potevano proprio dare l'impressione di un possibile spostamento...".
 
 
A proposito di aldilà: la collaborazione con Fellini ha toccato anche Il viaggio di G. Mastorna, il leggendario progetto di film che non fu mai realizzato.
"Il Mastorna è un fantasma che ha perseguitato Fellini per  tanti anni. Io ne ho anche scritto. Mastorna mi sembrava la deformazione di mai/torna, un film sulla morte, insomma, fondato sui principi d'esistenza di un mondo dell'oltrevita. Ciò che mi stupiva nel grande regista era l'estrema fiducia che riponeva in quel visionario, suo amico, che consultava spesso... Rol. Era uno degli ultrafanici, come li chiamano loro. Me ne parlava spesso e voleva condurre anche me da lui, ma io gli ho detto: 'Già siamo pieni di misteri senza andare a bussare a quelle porte in cui l'imbroglio convive con la ricerca. Lasciamo stare'. Credo che negli ultimi anni non muovesse dito senza consultarlo".

Come gliene parlava?
"Me lo presentava come uno che interagiva con un mondo diverso. Ma io non sono granché entusiasta di quella che si chiama parapsicologia. Credo che certi fenomeni siano possibili, ma che occorra un lungo viaggio mentale per giustificare la loro esistenza. Mentre Fellini ci credeva profondamente".

Con Fellini ci fu anche il progetto di un film su Venezia.
"Sì. Mi pare che se qualcosa è mancato nella parabola di Fellini siano i film su Venezia e sulla morte. Ma allo stesso tempo c'era il progetto su Mastorna che incombeva e che egli fu sempre timoroso di fare perché portava iella".

C'è stato anche un altro progetto di film non realizzato, quello su una vita di Lorenzo Da Ponte per la televisione.
"In tempi recenti, rovistando tra vecchie scartoffie, ho ritrovato quel lavoro. Era tutto pronto, ma la Tv tagliò i finanziamenti. Era anche un bel progetto. Avrebbe significato rendere a Da Ponte quel che era dovuto. La sua grande fortuna fu quella di essere stato chiamato a dar corpo di strofe ai lavori musicali di grandi autori come Mozart. La freschezza di scrittura del nostro poeta lo mostra veramente dotato ".

Come avveniva la vostra collaborazione?
"Lettere, non moltissime. Soprattutto telefono, a volte di sera, fino a notte tarda. Federico mi telefonava per avere qualche indicazione o suggerimento per i titoli. Per esempio, nel caso di E la nave va, sono stato io a proporgli 'Gloria N.' per il nome della nave".

Per questo film lei stette anche un paio di giorni sul set.
"Sì, Fellini faceva ripetere le scene anche dieci volte. Si aveva la sensazione che non esistesse alcun ordine prestabilito. Le immagini che egli creava non erano illustrazioni di una storia preesistente nella sceneggiatura, ma sgorgavano l'una dall'altra. Come se si lasciasse spingere da un'immagine che poi faceva posto a un'altra e così si creava la trama. Si vedeva bene quando si era sul set".

Le sembra che questo abbia qualche somiglianza con la poesia?
"Sì, quando si scrive una poesia è frequente la serendipità: miri a conquistare le Indie e raggiungi l'America".

Qual è l'ultimo ricordo di Fellini?
"Mi ha telefonato dalla clinica, aveva già avuto l'ictus e sentivo che qualcosa non funzionava in quello che mi diceva. Sono rimasto molto addolorato. Di quei momenti felliniani ultimi, io credo di avere anche degli scritti. Perché l'ultimo film di Fellini è stata la sua morte. A Roma c'era continua attenzione a quel che capitava in ospedale mentre lui stava morendo. Quella era proprio un'appendice reale dell'opera di Fellini".

(18 ottobre 2011)

 

 

  • ANDREA ZANZOTTO - L'ULTIMO GRANDE POETA DEL NOVECENTO
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