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  19 maggio , 2008       piero.devita       Attualità, La nostra storia, Tradizioni    0 Commenti
Alessandria del Carretto- 'A Festa da Pita

GIUSEPPE RIZZO

Le ragioni di un culto: “se scomparirà la Pita, morirà anche il paese”

La festa della “pita” è terminata,

ma anche questa volta, 

gli scalatori hanno fatto cilecca

 

ALESSANDRIA DEL CARRETTO -  Un gruppo di ragazzi gira per gli stretti vicoli del paese  per annunciare il più grande evento dell’anno. Hanno voluto recuperare anche la vecchia trombetta del banditore Alessandro, che alla vigilia ne dava l’annuncio e raccomandava i devoti del santo Protettore di collaborare per la riuscita della festa: “tutt’i devòti’i santë Husàndrë  jìssene’a ttirà a pitë !”.

Gli antropologi, gli studiosi dei culti arborei dell’antico Mediterraneo e gli studenti che vi ricavano le tesi di laurea la chiamano anche “festa della resistenza”, perché si teme la scomparsa della tradizione e la deriva di un paese, ormai spopolato e isolato, come altri piccoli centri della Calabria. Il sindaco Nino Larocca ne ha parlato non solo ai giornali locali ma anche al “Sole-24 ore”.

I giovani che vogliono restare, o che possono tornare soltanto in occasione di queste circostanze festive, vogliono salvaguardare e rinnovare la cultura d’origine, ma si battono anche per il paese. Sono gli stessi che da tre anni in qua, riescono a fare anche la coinvolgente manifestazione estiva di Radicazioni, un festival internazionale di suoni, teatro e arte varia. Però ci sono anche i parrocchiani, che legati al sociale e al loro protettore sant’Alessandro martire, ritengono essenziale non perdere di vista l’aspetto della fede e della religiosità popolare. Il nuovo parroco don Marcello, in sintonia col sindaco e con la maggior parte della gente, cerca di vincere le ultime diffidenze. Qualcuno teme i tentativi delle novità che si credono come speranza. In conclusione, c’è una coralità di intenti, senza tentazioni nostalgiche o campanilistiche: “i piccoli paesi non possono, non devono morire.  Nemmeno gli anziani e i malati vogliono restare soli”.

                                              

     Sono queste le ragioni che spiegano le fasi della lunga festa ciclica dell’abete (a pitë) e di sant’Alessandro, ancora scandite con ordine rigoroso: tra l’inverno e la primavera, poche persone, i “pitaioli” più attivi e competenti, si recano al bosco Spinazzeta del vicino comune lucano di Terranova di Pollino, per scegliere l’albero secolare da abbattere. In questo stesso periodo si procede a rinnovare il bosco con la messa a dimora di altre piantine, ma si cerca di “sacrificare”  un abete già invecchiato o colpito dalle intemperie, comunque sano e resistente. Nei giorni seguenti si procede alla “martellata”, che la marchiatura dell’albero prescelto, da parte del Corpo forestale dello stato, della Comunità Montana di Val Sarmento, del Parco nazionale del Pollino e dei sindaci di Alessandria e di Terranova. Quest’anno, la “martellata” si è fatta il 15 di aprile, mentre il 20 dello stesso mese  si è proceduto al taglio e alla sfrondatura. Quindi, la  “pita” è stata trascinata  fino alla radura della  località “Nivèra”. Domenica 27, l’ultima domenica di aprile, è iniziata la grande festa dell’albero, con lo scortecciamento del tronco, lungo 22 metri e dal diametro basale di circa 65 cm.

Ordinata anche l’applicazione lungo il tronco, dei sette anelli di ferro (i vùccuhë), del timone (u iuvariellë), delle sette pertiche trasversali (le tirë) e delle altre due anteriori, legate con la fune.

Il praticello della Nivèra è già popolato, di primo mattino: i pitaioli sono  arrivati già alle ore 7,00. Subito dopo, giungono giovani e curiosi dei paesi vicini e anche da lontano. Si rivedono e si riabbracciano tutti i suonatori di  zampogna: Leonardo Riccardi (Terranova di P.), Giuseppe Genovese (terranovese trapiantato nella Piana di Sibari), Quirino Valvano e il giovane Abitante di san Costantino Albanese, Paolo Napoli (ha una collezione di sette surdulìne e due zampogne a chiave), Antonio Arvia, Angelo Laino (di Albidona) e altri ancora. Sono quasi tutti studenti universitari, iscritti alle tradizioni popolari e all’etnomusicologia. Dicono che questo strumento a fiato, che non è facile accordare e suonare, deve sopravvivere all’indifferenza; Paolo Napoli e Tonino Arvia del gruppo “Totarella”, reduci da una suonata a Berlino, mentre si preparano per un altro viaggio-concerto a Barcellona e Lisbona, hanno aderito a quel progetto internazionale sulla salvaguardia degli strumenti di musica popolare, perché l’Unesco ha assurdamente escluso soltanto la zampogna. Sandro Brunacci, giovane suonatore e costruttore di zampogna, sebbene la “grande baldoria” della pita sia già iniziata, vuole rivolgere un commosso ricordo  a tre cari suonatori e costruttori recentemente scomparsi:  Andrea Pisilli di Farneta, morto a Torino, Leonardo Lanza di Terranova di Pollino, e Giuseppe Ranieri del catanzarese: “Questi erano i nostri più cari maestri  della zampogna, ma sono morti quasi in silenzio”. Subito dopo, Sandro, bocca al soffiatore dell’otre, dedica una breve suonata che sembra un vero e proprio canto funebre sulla bara di zio Andrea, zio Leonardo e zio Giuseppe.

Dalla vicina contrada Cella arriva anche Carmine Adduci, l’ultimo zampognaro-pastore vestito di velluto nero; i giovani suonatori in jeans, codino e orecchino lo accolgono con affetto. Carmine i Rèvëhë, negli anni ’70, fu immortalato dal fotografo belga Guy Jaumotte, amico dei contadini di Casa del Conte e amante solo della fotografia bianco e nero. Un libro delle sue foto più belle è stato pubblicato da Jaca Book e da Rubbettino.

Entusiasti anche i giovani della troupe di Sky Marco Polo, accompagnati dal  Quotidiano della Calabria. Riprendono dalla radura Nivèra, fino al paese. Michela Micocci è la regista, Giuseppe Mauro fa il programmista, gli operatori sono Massimiliano Zaganelli e Maurizio Musumeci, i fonici Riccardo Minelli e Marco Miluzzi.

Silvia e Maria, di un gruppo teatrale francese, vi hanno trovato “aspetti inediti e bellissimi”.

Quando il fuochista di Rossano spara i primi colpi di mortaio, la “pita” inizia il lungo percorso verso Alessandria. Pino Ierovante fa il condottiere coadiuvato da Faustino. I due bellissimi cavalli del Corpo forestale della Stazione di Cerchiara,  con l’ispettore Cosma Cervellera e altri giovani militi, comprese due donne in berretto e divisa grigio-ferro, offrono uno spettacolo da mozzafiato quando i loro intrepidi fantini li fanno arrampicare sui dirupi quasi inaccessibili.

     L’antropologo, che viene anche dalle più lontane università, e anche il cronista, non possono raccontare sempre la stessa festa. Si devono mettere in evidenza anche le piccole evoluzioni e le nuove diversità, senza indugiare sulla nostalgia o sul rimpianto. Vito Teti, parlando della Madonna dei Polsi e di altre feste religiose di Calabria, non è per niente meravigliato dei giovani che ballano e suonano in jeans e in maglietta sportiva.

Ebbene, da questi ultimi quattro-cinque anni, anche questa festa della “pita”, che è simile alle altre della vicina Basilicata, subisce dei cambiamenti; fino agli anni ’50, i circa 70 “tiratori”, ovvero i trasportatori a braccia dell’abete di sant’Alessandro si suddividevano per amicizia e per contrade. Le varie squadre, che erano quasi sempre sette (10 uomini per ogni pertica o “tira”) erano i giovani contadini delle contrade Foresta, sant’Elia, Ezzito, Via dei mulini, Laureto e infine arrivavano anche gli artigiani del paese. Dice il 98enne  zio Alessandro Napoli che “i sarticiellë d’u pejìsë“, essendo delicati e più eleganti, non avevano la forza e la maestria dei loro coetanei della campagna per trasportare la pita”.

Nemmeno le soste e le abbondanti colazioni erano sette, come oggi. “In quei durissimi tempi, – aggiunge l’altro anziano Vincenzo Brunacci – prima di andare a prendere l’abete, si faceva la questua per il paese; chi donava un fiasco di vino, chi uova bollite e chi un pezzo di cullùra. Si prendeva un boccone all’impiedi e poi si procedeva verso il paese. Oggi, invece, il vino si spreca come l’acqua, e i giovani bevono molto...”.

Sì, domenica 27 aprile, Bacco ha permesso tanta allegria, ma se non fosse stato presente il furgone attrezzato della cooperativa “Misericordia” di Trebisacce e se non ci fossero stati i medici Tonino Rago, Angelo Osnato e Mimmo Paladino, disturbati mentre si godevano prosciutto, capretto infornato e funghi “muscëruòhi”, a quel povero disgraziato, sbattuto con la testa sulle pietre del sentiero “Lago santo”, i sette punti di sutura chi glie li poteva praticare ?  Un’altra diecina di giovani, che avevano superato il “litrotto”, sono stati trasportati in auto, in paese; mentre una giovane artista cosentina, con un grosso boccale in mano, telefona al suo caro, rimasto in città e  brinda alla  “totale liberazione femminile di questa stupenda giornata”.

                       

     Ecco un’altra novità: nel bosco Spinazzeta non potevano entrare le donne; incominciavano a salire nel pomeriggio, quando la “pita”, uscita dal territorio di Terranova, compariva nel “pirrëpatùrë” (dirupo) del “Lago santo” e nello  “scifëhatùrë” (scivolatoio) del “Timpone del ladro” e i “pitaioli” venivano rifocillati con carne, salame, formaggio, frittata con uova e “miscëruohë” che le mamme, le mogli e le fidanzate recavano nelle grandi ceste posate sul capo.

Oggi, le ceste di vimini sono sostituite con le cassette di plastica. Le belle ragazze del 2000, tra le quali sono pure alcune spagnole, hanno abbattuto il grosso cancello-tabù che gli uomini avevano fissato all’ingresso del bosco, hanno pacificamente invaso le verdi radure del Pollino, e si dicono pure liete se avessero la fortuna di incontrare anche i briganti Giovanni Labanca e Antonio Franco che dal 1862 al 1865 erano padroni di queste immense montagne del Pollino.

Anche gli anziani hanno condiviso questa “contaminazione”: tra i 70 tiratori della “pita” hanno ammirato anche quelle splendide amazzoni che hanno la stessa forza e la identica maestria degli uomini.

     Giornata per niente promettente; il bosco era già bagnato per una leggera pioggia dei giorni precedenti, ma verso mezzogiorno, una fitta pioggia e pure una breve grandinata hanno disturbato il lungo viaggio del trasporto, ma i “tiratori”, non nuovi a questa grande fatica che dura dalle 7.00 di mattina, fino alle nove di sera, hanno vinto la scommessa. Nonostante tutto, il grosso tronco di abete, che rappresenta lo sposo, e il “Cimàhë” (la sposa), sono arrivati in piazza S. Vincenzo, accolti, come due nobili amanti e applauditi dalla folla immensa, dai suoni, dai canti e dai balli di tarantella calabro-lucana.

     Nel pomeriggio del due maggio, i pitaioli Vinceno e Franco Gatto, Peppino Brunacci, Vincenzo Adduci, Giovanni Abbeduto, Alessandro Arvia, i fratelli Alessandro, Carmine e Pino Napoli, hanno effettuato la squadratura del tronco e hanno aperto la fossa del selciato per piantare l’albero.

Qualcuno parla soltanto della “pita” e non di sant’Alessandro, qualche studioso esagera a vederci “tanta simbologia sessuale”, il giovane laureando dà ancora del “satiro” a quel vero artista che è il vecchio suonatore di zampogna, ma nella mattinata del 3 maggio, quella accurata operazione dell’incastro, ricorda  l’antica simbologia della congiunzione carnale tra lo sposo e la sposa (di legno), legati con una robusta “tortiglia” di prugno selvatico.

Né si può perdere l’aspetto religioso della festa: la messa e la processione con il parroco don Marcello Di Giuseppe e col vescovo Vincenzo Bertolone, le preghiere e i canti sacri delle donne sono ancora autentici e sinceri.

      Nel pomeriggio, la scalata dei giovani. Arriva anche la troupe dell’Istituto Luce per riprendere l’ultima fase della “pita”. Ma anche quest’anno, nonostante il caloroso accompagnamento dei suoni di organetto, tamburello zampogna e della banda musicale di Oriolo, nessuno è riuscito a raggiungere la cima, a toccare la “sposa” ricca di doni, indicati con la targhette del Comitato feste. Un vecchio pitaiolo degli anni ’50 esclama: “sono finiti i tempo dei fratelli Coppa, gli Adduci Rèvëhë, gli Adduci Puetari e di Ciccio u Noièsë!” Quest’ultimo, ormai anziano, oggi si trova in quel di Rende ed è quell’acrobata spericolato che nel 1959 venne  filmato dal regista Vittorio De Seta, nel suo documentario “I dimenticati”, che conclude così: “Finita la festa, la gente ritorna ai suoi campi, e il paese di Alessandria resta ancora isolato”.

La festa della “pita” termina con l’incanto della “pita”, nel giorno di san Francesco da Paola;  quest’anno, l’asta è stata vinta da Caterina Gatto, ma la volevano anche i vicini di Albidona per ricavarne l’albero della cuccagna di sant’Antonio.

 

     

Ora, gli emigranti e gli studenti rientrati da lontano, dopo aver vissuto quest’altro incanto della loro antica festa, sono già ripartiti. Il paese riprende il ritmo degli altri giorni: il quotidiano pendolarismo verso la costa jonica, il lavori dei campi, della vigna e dell’orto, la sosta degli anziani nelle piazzette di san Rocco, di san Vincenzo e del municipio. Alessandria si risveglierà, non per la dispendiosa Mediterranea ma  con l’ennesimo sforzo  Radicazioni .

                                                                                                                             ( GIUSEPPE RIZZO)

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Foto tratte da:
http://alessandriadelcarretto.splinder.com.
E' un blog postato da Sandro Adduci 73.

 


 

                 OSPITIAMO L'INTERVENTO DI SILVIA BUCCOLIERI, PUBBLICATO SU CONFRONTI (mese di maggio)

 

RITORNO PER LA FESTA DELL’ABETE E SANT’ALESSANDRO

di Silvia Buccolieri

 

Sono tornata l’anno successivo per poter vivere la Festa dell’Abete, della “Pita”. Un avvenimento unico, momenti indimenticabili, mi hanno detto.

Ha inizio molti giorni prima che si arrivi all’ultima domenica di aprile.

Un abete veniva scelto, abbattuto, sfrondato e preparato per essere trasportato nella piazza del paese. Oggigiorno si sacrifica un tronco destinato a cadere, malato magari, per salvaguardare il patrimonio boschivo.

L’ultima domenica di aprile gli alessandrini si radunano nella località  “Spinazzeta” per trasportare la loro Pita con la sola forza delle braccia! Molti sono i pali legati con funi al tronco e dietro ognuno ci sono decine e decine di persone che, gomito a gomito, cominciano a muoverlo lentamente.

La partenza è una sinfonia di movimenti: apre l’adagio. Si spengono anche gli ultimi battibecchi! Si parte.

Si scende dalla montagna verso il paese. La strada è lunga e ripida: faticosa! E’ difficile descrivere questi momenti perché si rischia di divenire banali. In realtà non vi è nulla di così ovvio e convenzionale. E nemmeno macchiettistico!

I visi dei portatori sono tirati in un’espressione che cancella il tempo, cancella il secolo. Si respira la forza arcaica del rito radicata nel profondo legame che queste persone hanno con la loro terra.

E’ un susseguirsi di volti giovani, non più giovani concentrati nello sforzo comune. Si muovono assecondando il terreno che oggi è fangoso. Perché piove una sottilissima pioggia e la nebbia ci avvolge. Scene di vita perdute, scene di vita vissute.

L’uno accanto all’altro: volti su cui i giorni hanno lasciato le tracce, e volti sui quali si scorge appena l’ombra dello “ieri”. E tutt’intorno noi che guardiamo con apprensione e stupore l’enorme tronco scivolare nel solco.

E le voci! Si diffondono come un’onda di sussurri ora impetuosa ora placida. Le squarciano le zampogne, le surduline, i tamburi, le chiavi percosse sulle bottiglie: strumenti che non hanno età, la cui creazione si perde nelle pieghe del tempo.

Suoni antichi quanto l’uomo si mescolano a canti, grida, risate. Suoni che scemano quando questo pacifico esercito si ferma in uno dei punti pericolosi. L’attenzione e la tensione sono al massimo. Pochi sono coloro che parlano, molti osservano. Si valuta come procedere.

Intanto si posano a terra le barre e compaiono altri suoni: bicchieri di buon vino s’incontrano e scontrano in un’allegra danza. Chiudo gli occhi e mi ritrovo in uno dei racconti perduti di mio padre!

Pian piano tornano tutti ai loro posti: i suonatori riprendono il loro accompagnamento. Ci rimettiamo in cammino.

Si continua così sino all’arrivo in paese dove molti sono già scesi per attendere l’entrata trionfale della Pita e dei suoi portatori. Ed essi affrontano, intanto, eroicamente l’ultima stretta e ripida discesa finché sembra che con velocità arrivino nel piazzale per poi prendere il volo come un immenso aquilone umano!

Si moltiplicano le voci, i cori. Si danza, si suona, ci si abbraccia. L’allegria esplode in tutto il suo meraviglioso clamore.

In tanti si cercano, scambiano pacche sulle spalle. Degli anziani li sento parlare della prossima volta, del futuro anno. Sono persone, mi accorgo, non piegate sulla loro età dalla solitudine, dall’abbandono e dall’indifferenza. Rappresentano, imbiancati dagli anni, le pagine della storia, dell’esperienza, della sapienza umana.

Il tronco giace a terra ora. Al suo fianco la cima portata anch’essa da giovani e bambini. Si incontreranno il 3 maggio, il giorno del patrono Sant’Alessandro. Verranno stretti  in un abbraccio di funi sapientemente legate e saranno alzati ancora solo con braccia e leve lignee.

A guardarli a terra sembra cosa semplice alzarli. Ad osservare coloro che li issano ci si accorge che la forza e lo sforzo si sottomettono ancora una volta alla volontà umana.

Torneranno gli zampognari e tutti i suonatori della domenica precedente; tutti là ad incitare e ad accompagnare coloro che innalzeranno la Pita al cielo.

E finalmente starà su. Svetterà su tutti noi. La sua magia porterà una tenera gioia su quei volti che sembrano dire “anche quest’anno l’ho vista”.

E tanta stanchezza. Anche se qualche audace proverà a scalare questa torre arborea che sfoggia, però, una superficie senza alcun appiglio!

Uscirà la statua di Sant’Alessandro: grida, applausi, commozione. La piazza sarà piena. Il paese sarà colmo di gente. La popolazione sembrerà moltiplicatasi. Eccoli là , infatti, gli alessandrini che ritornano, uniti a chi è rimasto, per vivere insieme la Festa.

Si aprirà l’asta; il banditore incanterà e strapperà sorrisi tra una offerta e l’altra. E che capolavori i fiaschi ornati da funghi appesi o a far da ghirlanda: rendere bello ciò che quotidianamente si guarda distrattamente o si ignora! Semplice!

Molti sono i doni acquistati da chi ha dovuto lasciare Alessandria per lavorare altrove; da chi ha lasciato tutto con un “Arrivederci”  alla Fontana Ambrosia, il luogo dei saluti emigranti. Ma non con un addio, ricordando sempre il luogo in cui è nato. Tornandoci appena possibile.

E questo emoziona: l’amore per la loro terra, con lo sguardo, però, rivolto agli altri, per chi come me è un estraneo, un forestiero, condividendo, regalando l’opportunità di sentirsi ben accetti, benvenuti.

Anche quest’anno tornerò per la Pita. E dopo ci tornerò ancora, per guardare Alessandria all’alba, a mezzogiorno, al crepuscolo e nella notte.  Per respirare i colori del giorno che sfumano in un addio. (S.B.)

* Silvia Buccolieri fa parte di “La compagnie de l’escargot” di Maria Fonzino,  con sede a Parigi.

 

 


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