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  22 gennaio , 2003       redazione       Archeologia    0 Commenti
L'approdo Miceneo a Trebisacce

    Dal suo rinvenimento emersero le tracce di capanne costruite con una struttura di pali di legno (che sorreggevano il tetto, di canne intrecciate o legate (incannicciata), di intrecci di vimini ed altre piante (1). La ceramica rinvenuta era del tipo ad impasto (argilla grossolana mista a minuti frammenti di materiale residuo), le forme erano realizzate a mano, la cottura avveniva in forni a temperatura bassa ed irregolare, le decorazioni a motivi geometrici punteggiati, nello stile della cultura “appenninica”. La ceramica che fu rinvenuta in grande quantità, era quella denominata “minia” (derivazione da Minii, popolazione risalente agli albori della civiltà ellenica), fatta con argilla depurata di colore grigio, lavorata al tornio e cotta in forni ad alta temperatura, non dipinta, era particolarmente diffusa nella Troade, di provenienza egea, venne ritrovata a Broglio negli strati dello scavo, databili tra il 1400 ed il 1300 a.C. A Broglio la ceramica “minia” era presente non solo con gli esemplari di importazione, ma con tipologie (ciotole carenate con anse a corna) che erano sconosciute alle popolazioni egee e della Troade, in quanto tipiche della cultura indigena diffusa tra le genti dell’Italia meridionale.

Gli indigeni, dunque producevano la ceramica nelle tipologie della loro cultura, usando anche le tecniche apprese dai Micenei. Un fenomeno che aveva caratterizzato in particolare le popolazioni calabresi della tarda età del Bronzo Medio, quando insieme agli scambi commerciali, avveniva anche l’apprendimento di nuove tecniche di lavorazione della ceramica.
Durante la successiva età del Bronzo Recente (circa 1300-1150 a.C.) si conferma un’ampia evoluzione e apprendimento che si evince chiaramente nelle forme delle abitazioni del villaggio di Broglio, che diventano più ampie e tra i rinvenimenti più interessanti vi è una capanna a forma di ferro di cavallo divisa in un ambiente rettangolare ed in uno a semicerchio, con al suo interno un forno, mentre all’esterno, dinanzi all’ingresso vi era un piccolo piano di calpestio di pietre piatte le une accanto alle altre. Le pareti della capanna erano state realizzate con frasche ed argilla depurata, seminterrate e tenute fisse al terreno da pietre inzeppate, le dimensioni si aggiravano sugli otto metri di lunghezza e sei di larghezza. La presenza di una ciotola carenata che era interrata di lato alla soglia della capanna, disposta tra la parete ed il taglio della terra, presentava una svastica incisa dopo la cottura, alla quale era stata staccata l’ansa.

Questi elementi simbolici, quale la posizione, il segno solare e la rottura del manico, indicano probabilmente la testimonianza di un rito propiziatorio per la casa e per chi vi abitava, nella cui interpretazione risultano evidenti le tracce della religiosità degli abitanti di Broglio. La presenza inoltre di contenitori per alimenti, chiamati “pithoi”, pur se non identici a quelli ritrovati in Grecia, sono molto simili ad essi nelle fogge, negli elementi decorativi e nella lavorazione. Il rinvenimento di questo tipo di contenitori sulla collina di Trebisacce, tra i resti delle abitazioni, ci permette di conoscere aspetti dell’economia agricola e dell’organizzazione sociale del centro indigeno calabrese. Questi enormi vasi, sono di pregevole fattura e fabbricati localmente in serie, denotano l’alto grado dell’economia agricola sviluppatosi a Broglio, dove vi era la necessità di disporre di un sistema di efficiente conservazione di grandi quantità di prodotti alimentari liquidi, (olio ?) e solidi, elementi rivelatori di un’organizzazione sociale particolarmente sviluppata. Il felice momento di sviluppo socio-economico conosciuto dal villaggio di Broglio in epoca del Bronzo Recente è anche documentato dalla presenza di reperti ceramici di tipo miceneo, che oltre da importazione deriverebbe anche dalla produzione locale, inoltre i vasi creati nella Sibaritide furono realizzati da artigiani locali e da maestranze micenee che si erano stabilite in loco, un fenomeno che testimonia gli intensi contatti in questo periodo tra Italia Meridionale e area egea.

I Micenei probabilmente per raggiungere gli abitanti della collina di Broglio, risalivano il torrente Saraceno, allora navigabile, con le loro agili imbarcazioni, guardati a vista dagli indigeni, dall’alto della collina, dove forse vi era un insediamento enotrio che controllava l’approdo miceneo.
Durante l’età del Bronzo Finale (metà XI-X sec. a.C.) il villaggio di Broglio gode ancora di un certo benessere, testimoniato sempre dalla presenza di contenitori alimentari che attestano una vitalità sociale in atto, mentre le abitazioni del precedente periodo del Bronzo Recente vengono abbandonate, per essere costruite in una posizione diversa , mentre nella parte alta dell’insediamento è stata scoperta una fucina per la lavorazione del ferro, che testimonia una diffusione in forme più evolute e di attiva circolazione di gente proveniente dal Mediterraneo orientale che conosce un elevato sviluppo della metallurgia del ferro. In Epoca del Bronzo Finale l’abitato della Collina di Broglio, nella parte alta venne dotato di un sistema difensivo costituito da un muro di pietrame elevato a gradoni, dal quale spiccava una palizzata di legno e prospiciente il muraglione un fossato che si estendeva per dieci metri di larghezza, due metri di profondità e presentava sul fondo un rivestimento di pietrame per il drenaggio delle acque e che impediva l’erosione della terra.
Nel Bronzo Finale dunque la collina di Broglio è un insediamento dotato di un’acropoli fortificata. Nella prima metà del Ferro (XI-VIII sec. a.C.) dove si registra un’ulteriore fase di sviluppo che verso la fine dell’VIII a.C. culmina in un’intensa attività di scambi che rivelano l’esistenza di commerci precedenti alla imminente colonizzazione greca. Infatti alla fondazione, nella pianura, della città di Sibari, la collina di Broglio viene abbandonata.

Dal sito internet: www.ilbelpaesecalabria.it

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