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  26 gennaio , 2013       piero.devita       Attualità    0 Commenti
GIORNO DELLA MEMORIA E SHOAH
INIZATIVA DELL CGIL-CALABRIA E SPI REGIONALE

GIORNO DELLA MEMORIA 27 GENNAIO 2013

SHOAH: 
FERRAMONTI E MARZABOTTO UNITI
CONTRO IL "MALE ASSOLUTO"




Una panoramica dell'inferno di Ferramonti
Una panoramica dell'inferno di Ferramonti

COSENZA - Per non dimenticare. La shoah è stata una delle pagine più brutte della storia dell'umanità. Quello sterminio di massa, deciso dai "puri" della razza ariana nei confronti degli ebrei, è una ferita con cui il mondo deve fare i conti. Da allora ad oggi, tante cose sono cambiate, aggiungerei per fortuna, ma quella ferita fa ancora male. La shoah non può e non deve essere solo qualcosa su cui riflettere in occasione del giorno della memoria, ma un'immane tragedia sulla quale interrogarci sempre. Proprio in occasione della, come detto, giornata della memoria, prosegue il percorso di sensibilizzazione e confronto promosso dalla Cgil Calabria e dallo Spi regionale della Giornata, con l'iniziativa "Ferramonti  e Marzabotto uniti nella memoria", che il sindacato regionale ha organizzato per non dimenticare.
L'appuntamento è in programma per martedì, alle 9.
La Cgil di Cosenza e lo Spi-Cgil provinciale ospiteranno la manifestazione nel'ex campo di Concentramento Ferramonti di Tarsia. 


All'iniziativa sarà presente la segretaria generale dello Spi nazionale Carla Cantone.
 Alla cerimonia saranno presenti, inoltre, il sindaco di Marzabotto ed il sindaco di Tarsia, rappresentanti dell'Anpi di Marzabotto e di Cosenza, delle leghe Spi dell'Emilia Romagna e della Calabria, dirigenti sindacali regionali della Cgil. "Il campo di internamento di Ferramonti, - si legge in un comunicato stampa della Cgil - è stato il principale (in termini di consistenza numerica) tra i numerosi luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi, aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre 1940. 

 A Marzabotto
fu invece compiuto il più terribile massacro dai nazisti nel nostro Paese, uno dei più feroci della loro storia criminale, ebbe luogo dal 29 settembre al primo ottobre 1944. Due località - conclude la nota- simbolo quindi si uniscono in un gemellaggio per ricordare quel buco nero della nostra storia: una voragine cieca e incolore. Ferramonti e Marzabotto sono e rimarranno per sempre nella memoria del nostro Paese come il male assoluto".

DIFENDERE LA MEMORIA - Istituito tredici fa, il Giorno della Memoria si celebra il 27 gennaio perché in questa data le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. Al di là di quel cancello, oltre la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), apparve l’inferno. E il mondo vide allora per la prima volta da vicino quel che era successo, conobbe lo sterminio in tutta la sua realtà. Il Giorno della Memoria non è una mobilitazione collettiva per una solidarietà ormai inutile. È piuttosto, un atto di riconoscimento di questa storia: come se tutti, quest’oggi, ci affacciassimo dei cancelli di Auschwitz, a riconoscervi il male che è stato.

AUSCHWITZ - E' il nome tedesco di Oswiecin, una cittadina situata nel sud della Polonia. Qui, a partire dalla metà del 1940, funzionò il più grande campo di sterminio di quella sofisticata «macchina» tedesca denominata «soluzione finale del problema ebraico». Auschwitz era una vera e propria metropoli della morte, composta da diversi campi - come Birkenau e Monowitz - ed estesa per chilometri. C’erano camere a gas e forni crematori, ma anche baracche dove i prigionieri lavoravano e soffrivano prima di venire avviati alla morte. Gli ebrei arrivavano in treni merci e, fatti scendere sulla cosiddetta «Judenrampe» (la rampa dei giudei) subivano una immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle «docce» (così i nazisti chiamavano le camere a gas). Solo ad Auschwitz sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei.

SHOAH - E' una parola ebraica che significa «catastrofe», e ha sostituito il termine «olocausto» usato in precedenza per definire lo sterminio nazista, perché con il suo richiamo al sacrificio biblico, esso dava implicitamente un senso a questo evento e alla morte, invece insensata e incomprensibile, di sei milioni di persone. La Shoah è il frutto di un progetto d’eliminazione di massa che non ha precedenti, né paralleli: nel gennaio del 1942 la conferenza di Wansee approva il piano di «soluzione finale» del cosiddetto problema ebraico, che prevede l’estinzione di questo popolo dalla faccia della terra. Lo sterminio degli ebrei non ha una motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da una per quanto deviata strategia politica. È deciso sulla base del fatto che il popolo ebraico non merita di vivere. È una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo «Judenfrei» («ripulito» dagli ebrei). L’odio antisemita è stato un motivo conduttore del nazismo. La Germania vara nel 1935 a Norimberga una legislazione antiebraica che sancisce l'emarginazione. Tre anni dopo l’Italia approva anch’essa un complesso e aberrante sistema di «difesa della razza», rinchiudendo gli ebrei entro un rigido sistema di esclusione e separazione dal resto del paese. Ma questa terribile storia ha dei millenari precedenti. Prima dell’Emancipazione, ottenuta in Europa nella seconda metà dell'Ottocento, gli ebrei erano vissuti per millenni come una minoranza appena tollerata, non di rado perseguitata e cacciata, e sempre relegata entro i ghetti. Tanto nel mondo cristiano quanto sotto l'Islam. Visti con diffidenza e odio per la loro fede tenace (e, dal punto di vista della maggioranza, sbagliata), hanno sempre rappresentato il «diverso», la presenza estranea. Anche se da millenni vivono qui e si sentono europei.

Dopo la Shoah è stato coniato il termine «genocidio». Purtroppo il mondo ne ha conosciuti tanti, e ancora troppi sono in corso sulla faccia della terra. Riconoscere delle differenze non significa stabilire delle gerarchie nel dolore: come dice un adagio ebraico «Chi uccide una vita, uccide il mondo intero». Ma mai, nella storia, s’è visto progettare a tavolino, con totale freddezza e determinazione, lo sterminio di un popolo. Studiando le possibili forme di eliminazione, le formule dei gas più letali ed «efficaci», allestendo i ghetti nelle città occupate, costruendo i campi, studiando una complessa logistica nei trasporti, e tanto altro. La soluzione finale non è stata solo un atto di inaudita violenza, ma soprattutto un progetto collettivo, un sistema di morte.

Il Giorno della Memoria non vuole misconoscere gli altri genocidi di cui l'umanità è stata capace, né sostenere un’assai poco ambita «superiorità» del dolore ebraico. Non è infatti, un omaggio alle vittime, ma una presa di coscienza collettiva del fatto che l’uomo è stato capace di questo. Non è la pietà per i morti ad animarlo, ma la consapevolezza di quel che è accaduto. Che non deve più accadere, ma che in un passato ancora molto vicino a noi, nella civile e illuminata Europa, milioni di persone hanno permesso che accadesse.


Fonte: quicosenza

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