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  08 giugno , 2012       piero.devita       Cultura    0 Commenti
STUDIO DEL PROF. DI VASTO: LA SETA IN CALABRIA

Presentiamo un importante studio del Prof.  Leonardo Di Vasto ( presidente dell'Ass. Cultura Classica Roma-Atene), sez. Castrovillari) sulla seta in Calabria. Un aspetto ed una attività storica di grande pregio delle nostre popolazioni


CALABRIA

 

La produzione serica: un’attività economica fiorente soprattutto nel ’600

 

di Leonardo Di Vasto

 

«Qualche buon successo ottenne re Ferrante il vecchio, che reintrodusse le arti della seta e della lana, e dette loro tribunali proprî e altri privilegi», così scrisse Benedetto Croce nella sua “Storia del Regno di Napoli”, facendo riferimento alla lavorazione della seta e della lana: in particolare, per quanto riguarda la seta, durante la monarchia di Ferrante, si sviluppò, in Calabria, nella seconda metà del XV sec., una produzione notevole.

Questa, in verità, era diffusa, nella nostra regione, sin dal sec. XI: infatti, in un contratto di pastinato dell’anno 1032, l’affittuario si impegnava a piantare a fianco di poma, celsa, cioè alberi di gelso, che è la coltura tipica dell’area bizantina a causa degli allevamenti di bachi da seta. I documenti dei secoli successivi, XII e XIII, fanno riferimento alla seta calabrese, che viene utilizzata per confezionare indumenti come camicette e copricapo. Nel XIV sec., Cosenza e tutta la provincia emergono in tale attività produttiva.

È nel sec. XVI, però, che si registra, in Calabria, una grande espansione della produzione della seta. Vitale è tale attività industriale nel bacino del Crati, a Rossano, a Castrovillari, come pure a Monteleone (l’attuale Vibo Valentia), a Gerace e nei paesi rivieraschi di Tropea e Amantea.

All’inizio del secolo successivo, la produzione serica calabrese tocca il suo punto più alto: durante l’annata 1604 / 1605, la quantità di seta prodotta in tre sole città calabresi, Cosenza, Castrovillari e Rossano è di libbre 172.532. Tale quantità è, senz’altro, considerevole se si tiene presente che qualche anno prima, precisamente nel 1597, la produzione serica regionale è di 650.220 libbre. Delle tre città quella più produttiva è Cosenza con 116.132 libbre, segue Castrovillari con 36.015 libbre e Rossano con 20.385 libre.

Certo, anche gli altri centri della Calabria fanno registrare, nel sec. XVII, una vivace produzione serica: nell’anno 1644, Montalto Uffugo  produsse 26.294 libbre di seta, Paola 19.869, Monteleone 193.862, Catanzaro 69.099, Seminara 61.404, Reggio Calabria 66.118. È, soprattutto, il mercato di Napoli a ricevere questa seta. La spedizione, da Reggio e dalle altre città marittime come Seminara, Monteleone, Rossano ecc., avviene via mare; sono armatori napoletani ed alcuni di Pizzo ad effettuare il trasporto. Catanzaro è, in questo periodo, la città con la lavorazione serica più diversificata: notevole è, infatti, la sua produzione di velluti e quella, sia pure in misura limitata, di damasco.

Per il ’700, Domenico Grimaldi di Seminara, autore del “Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra” (1770), parlando delle sete come del commercio più ricco della Calabria, lamenta che “colà i gelsi oltre della poca quantità, in cui sono, vengono generalmente mal coltivati”. Questo è indizio di declino della produzione serica. Più esplicito in tal senso è il Grimaldi quando, dopo aver accennato all’introduzione in Piemonte, Lombardia e Toscana dell’aspa piccola idonea “a tirar la seta più fina”, registra “la decadenza delle nostre manifatture; poiché le nostre sete, tirate coll’aspa grande, non son capaci a far certi lavori”.

La grande riduzione di numero, nel ’700, dei mercanti e degli artigiani calabresi iscritti nelle matricole dell’arte della seta evidenzia la crisi dell’industria serica. Del resto, l’impegno di Carlo III di Borbone a ridare slancio a tale attività economica con privilegi e con franchigie, la concessione, inoltre, agli ebrei, attivi commercianti di seta, espulsi nel 1540, di tornare nei territori del Regno, sono espressione, nel ’700, di tale crisi.

Nel secolo successivo, la situazione non pare migliorare. Se a Cosenza l’industria della seta ha, rispetto alle altre attività economiche, un suo primato, nel territorio circostante è connotata da vita stentata: in Castrovillari, ad es., la lavorazione di tessuti di seta, come pure di lana, avviene a livello domestico. Tuttavia, quest’ultimo centro si distingueva per alcuni lavori particolari: si tessevano fazzoletti di seta di ogni colore e telette di seta e lana bianca.

            Il lessico relativo a tale attività, sia quello registrato in documenti sia quello in uso presso i sericoltori calabresi, è di origine latina o greca. Il bozzolo, ad es., è detto fóllaru, fólleru, voce che deriva dal latino follis, che significa “mantice”, oppure cucúllo, cucúddu, cucúddru, che ha origine dal latino cucullus, “cappuccio”; i molláchi, mojácchi, inoltre, sono i bozzoli di seconda scelta: la sua origine è pure dal latino, cioè dall’aggettivo mollis, “molle”. Il termine spomíglio, che si registra a Catanzaro, nei documenti del ’600 e il cui significato è “crespo di seta”, deriva dal latino spuma, “schiuma”, attraverso lo spagnolo espumillon, accrescitivo di espumilla, “velo”.

Diverse sono, pure, le voci di origine greca: ad es., síricu o virmu ’i síricu, “bacoderiva  dal greco kófinos, “cesta”; infine la voce vurgánti, che designa le donne che si prendono cura dei bozzoli, ha origine dal sostantivo greco broúchos, che significa “locusta, cavalletta”.

La ricca terminologia, che scopre le lontane ascendenze greco-latine, è spia di un’ampia affermazione, soprattutto nel ’500 e nel ’600, della produzione serica, in Calabria, che esportava la seta greggia in Campania e nell’Italia settentrionale.    


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