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  29 dicembre , 2002       redazione       La nostra storia    0 Commenti
 Trebisacce 31 marzo 1867
Chi potrà descrivere l'andatura capricciosa e caparbia di un mulo calabrese? Chi potrà dare mai una idea di questa bardatura barbara, di questo basto duro e tagliente che poco mancò non seminasse sulla strada le mie membra tagliate a pezzi?

«Chi potrà descrivere l'andatura capricciosa e caparbia di un mulo calabrese? Chi potrà dare mai una idea di questa bardatura barbara, di questo basto duro e tagliente che poco mancò non seminasse sulla strada le mie membra tagliate a pezzi? E per cinque ore io sopportai un tale supplizio. L'eroismo non saprebbe andare più lontano.
Io stetti sedici giorni nel deserto a cavallo di un dromedario senza essere così stanco. Così che allorché vidi la sera la misera borgata dove avrei dovuto passare la notte, come alla vista della terra promessa, salutai con allegrezza e per sgranchirmi un po' continuai la strada a piedi.
Ai piedi della collina rocciosa sulla quale piacevolmente si distende Trebisacce, una grande casa, una specie di caravanserraglio, serve da trattoria alla gente del paese. Io entrai in questa nera dimora, e, malgrado il fumo, vidi aggrovigliarsi tutta una gente che non ispirava fiducia su un pavimento di legno fradicio. Dichiarai subito la mia intenzione di andare fino al paese, malgrado la ingenua assicurazione con la quale il mio mulattiere, sorpreso dal mio disgusto, non cessasse di ripetermi: Il mangiare è meglio sopra, ma il dormire abbasso’.
Che cosa dunque andavo a trovare lassù? Arrivo e vedo tre persone vestite abbastanza bene, che dimostrarono uno stupore indescrivibile alla notizia che io volevo ivi dormire. Anche essi erano forestieri, e trattenuti nella contrada per lavori di una ferrovia destinata a congiungere Taranto a Cosenza. Nondimeno essi si prodigarono con tanta cortesia per arrivare a farmi alloggiare pulitamente, che ben presto io mi vidi sistemare come giammai avrei osato sperare. Potevo, è vero, vedere la luce a traverso il tetto, e un violento temporale, che nereggiava all'orizzonte, presagiva una notte agitata: ma che mi importa dopo tutto, non avevo io un riparo sufficiente? Se la cena soltanto avesse tanto bene ingannato l'attesa, la mia felicità sarebbe stata perfetta.
E intanto Trebisacce è da più mesi e per lungo tempo ancora un vero centro di attività. La ferrovia fa girare la testa a tutti, e dappertutto sono stato scambiato per ingegnere. Questo titolo mi avrebbe fatto poco onore: quale repugnante promiscuità non avrei avuto io a subire!
Nell'attesa che la locomotiva animi questa riviera, gli abitanti delle campagne sono trattati come dei vili animali. Sotto il pretesto, senza dubbio, che essi sono incapaci di servirsi dei mezzi ordinaria di trasporto, o forse per economia, li si fa lavorare alla maniera barbara dei fellahs egiziani. Questi ultimi, però, non sono stati mai utilizzati per rimuovere del limo liquido, mentre qui io ho visto delle povere donne, delle ragazze e dei fanciulli sommersi sotto il fango che colava dai canestri di vimini sconnessi sulla loro testa e sui loro vestiti. Potrebbe la miseria raggiungere un grado peggiore?.
D'altronde si domanda a che cosa potrà mai servire una ferrovia in un paese incolto e
quasi spopolato.Prima di introdurreil vapore in queste contrade non sarebbe stato saggio di farli comunicare con delle strade con il resto dell'universo? Questa maniera razionale è sfuggita ai governanti, i quali non hanno visto e cercato in questa costosa impresa che un mezzo facile per stendere dappertutto la loro pressione. Del resto, l'opera è lontana dall’essere terminata; quaranta ponti sono ancora unicamente in progetto, e alla presenza di questi letti di torrenti larghi un chilometro, più spesso a secco, ma terribili nel loro risveglio, ci si domanda se l'Italia è assai ricca per affossare così i milioni utili alla sua salvezza ».

Léon Palustre

Tradotta e riportata da Giovanni Laviola in «Trebisacce 1770-1870» da «De Paris à Sybaris Etudes artistiques et lettèraires sur Rome et l'Italie méridionale 1866-1867», Edito in Parigi nel 1866 con 100 copie in carta d'Olanda e 10 in carta di Cina.

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